Gambassi Terme

Il territorio di Gambassi Terme risulta abitato almeno fin dal periodo neolitico, come attestano le schegge ritoccate in diaspro rosso rinvenute in alcune località.
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Il territorio di Gambassi risulta abitato almeno fin dal periodo neolitico, come attestano le schegge ritoccate in diaspro rosso rinvenute in alcune località (Gambassi, Camporbiano, Boscotondo, Santa Cristina). Ma il periodo di maggior popolamento della zona si registra dall’epoca etrusco-arcaica (VII sec. a. C.) fino all’epoca tardo-romana (III sec. d. C.). In effetti, nell’area archeologica di Poggio all’Aglione sono state individuate sia tombe che tracce di insediamenti attribuibili a questo arco di tempo. Ma testimonianze etrusco-ellenistiche si segnalano, tra l’altro, anche a Pergola, al Leccione, a Santa Cristina, a Paletro a Riparotta ed a Germagnana, mentre reperti tardo-romani sono stati trovati a Boscotondo, a Camporbiano, a Luiano, alla Pievina, a Catignano e nelle zona del Castagno.

Recentemente sono messi in luce a Germagnana i resti di una vetreria medievale attiva intorno al 1300, consistente in una fornace da “fritta” (vetro non ancora puro) e quattro fornaci da lavorazione. L’insieme formava un piccolo insediamento artigianale dove abitavano e lavoravano alcuni dei “bicchierai” di Gambassi, famosi e richiesti in tutta l’Italia. Le indagini archeologiche hanno censito molti altri siti nel territorio e nel capoluogo, dove tra medioevo ed epoca moderna i vetrai esercitavano il loro mestiere. L’esistenza di questa importante attività artigianale era conosciuta già attraverso le fonti scritte, ma solo ora conosciamo anche i luoghi, le fornaci ed i prodotti (bicchieri e bottiglie). I reperti archeologici sono raccolti nel Palazzo Civico e nelle sede del Gruppo Archeologico ed in parte esposti in una mostra permanente.

La prima attestazione scritta che riguarda il castello di Gambassi risale al 1037, quando Guido del fu Ranieri cedeva al vescovo di Volterra Gottifredo una porzione di quanto in esso vi possedeva. Tramite successive donazioni (importante è quella dell’ultimo dei conti Cadolingi, nel 1115), il castello di Gambassi si consolida “allodio” (proprietà) dei vescovi volterrani fino alla fine del XII secolo. Nel periodo che va dal 1172 al 1183, accanto al castrum vetus del vescovo, sorge un castrum novum, nel quale si organizza un comune. È a cavallo dei secoli XII e XIII che gli uomini di Gambassi vivono un periodo di relativa “autonomia”, giungendo ad eleggere propri rettori (1209) e ad affrontare i contrasti sorti fra i Lambardi (piccola nobiltà rurale) e il “popolo” (1224-1226).

Nel corso della prima metà del ‘200, il comune di San Gimignano riuscì, di fatto, ad includere il territorio gambassino nel suo distretto, suscitando continue rivendicazioni da parte dei vescovi volterrani, che spesso sfociarono in vere e proprie guerre (soprattutto nel 1230 e nel 1278-1281). Nel 1294, l’invadenza inarrestabile di Firenze, penetrata oltre l’Elsa, porrà fine a tutte le controversie, inglobando nel suo contado il castello di Gambassi. Associato quindi ad altri comuni vicini, venne eletto a Podesteria, con facoltà di governarsi con propri statuti, che furono compilati nel 1322.

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Tutta l’organizzazione civile di questo territorio della media Valdelsa risentì, della consistente presenza delle direttrici viarie che lo tagliarono in lungo e in largo. Numerosi furono i castelli che sorsero lungo queste strade, soprattutto nei punti in cui si intersecavano. Per questa area, più che per altre, possiamo senz’altro affermare che quella stradale fu la principale caratteristica dell’incastellamento. Fu soprattutto la famiglia comitale dei Cadolingi, fin dai tempi del conte Cadolo, a perseguire una politica tesa al controllo di quella che, all’epoca, fu una delle principali direttrici viarie: la via Francigena.

Come abbiamo sopra accennato, solo in territorio gambassino ben sei erano i castelli, molti dei quali di proprietà cadolingia, che si collocavano lungo questa direttrice sud-est/nord-ovest. Altri quattro castelli si situarono lungo le ‘Volterrane’. Soprattutto i castelli che più degli altri mantennero, oltre alla forma insediativa fortificata, una rilevante posizione economica e demografica, dovettero la loro affermazione sicuramente in relazione alla loro posizione strategica occupata lungo le principali strade di transito medievali che attraversavano la Valdelsa. Camporbiano di trovava nei pressi della confluenza della strada da San Gimignano per Pisa con una ‘Volterrana’ proveniente da Certaldo-San Vittore; Montignoso, sulla confluenza della strada per Pisa con la Volterrana nord; Gambassi sulla confluenza della Francigena ‘di costa’ con la Volterrana nord; Catignano fra il tracciato di ‘mezza costa’ (Gavignalla-Varna) e quello di valle (sulla riva sinistra dell’Elsa) della Francigena.

Gli insediamenti che in territorio gambassino assunsero la forma incastellata furono (in ordine di comparsa nelle fonti scritte):

Camporbiano

Il primo ricordo risale al 977. Appartenne ai Cadolingi e nel 1115, dopo l’estinzione della famiglia, passò ai vescovi Volterrani, fino a quando, agli inizi del XIII secolo, entrò nell’orbita sangimignanese. Alla fine del XIII secolo fu annesso al contado fiorentino.
Del castello rimangono alcuni resti sommitali, forse riferibili al cassero.

Gambassi vetus

È attestato per la prima volta nel 1037: Guido di Ranieri collaterale dei Carolingi vendette alcuni suoi diritti e proprietà alla chiesa volterrana. Anche questo castello, con la morte dell’ultimo Cadolingio passò ai vescovi, che lo considerarono sempre loro ‘allodio e demanio speciale’. Fu distrutto dai sangimignanesi verso la fine del XIII secolo, nel corso di una lunga lite che li oppose al vescovo volterrano. In questo periodo era chiamato Gambassino per distinguerlo dal castrum novum di Gambassi.
Il sito dove sorgeva il castello rimane tuttora sconosciuto.

Catignano

Il primo documento che attesta la presenza di un castello a Catignano è del 1075. Come luogo detto è attestato fin dal 1008. Appartenuto ai Cadolingi, passò nel 115, al pari di molti altri castelli valdelsani, alla chiesa volterrana. Ma sul castello continuarono a detenere alcuni diritti quelli che verranno definiti nobiles di Catignano. Nel corso del XIII secolo pur sotto l’influenza di San Gimignano, mantenne più degli altri castelli una relativa autonomia. Anch’esso nel 1294 fu inserito nel contado fiorentino.

Del castello rimangono notevoli strutture del cassero, con due torri mozze in laterizio ancora in elevato.

Macie

Il castello è ricordato un’unica volta nel 1104 come «castello de le Macieie».
Problematica rimane ancora la sua individuazione sul territorio, si trovava comunque nei pressi di Luiano.

Germagnana

Anche questo castello, nella forma insediativa fortificata, viene ricordato una sola volta nel 1104: «turre et castello de Germagnano». Nel corso del ‘200 troviamo, ricordata presso la villa di Germagnana, la località ‘Castellare’, termine che designa i castelli abbandonati o trasformati in villaggi aperti.
Un piccolo rilievo con dei muri affioranti di fronte alla chiesa di Santa Cristina potrebbe contenere i resti del castello.

Riparotta

Anche il Riparotta è di fragile attestazione: in due soli atti (nel 1106 e nel 1115) viene ricordato come castello. Di proprietà dei Cadolingi nel 1115 passa alla chiesa volterrana. Al pari di Germagnana, nel corso del ‘200 è ricordato presso la villa di Riparotta il toponimo ‘Castellare’.
Un rilievo con la sommità spianata alle spalle della località ‘le Case’ presso Riparotta contiene con ogni probabilità i resti del castello.

Arsiccio

Viene nominato un’unica volta nella solita esecuzione testamentaria dell’ultimo cadolingio nel 1115. In seguito lo troviamo ridotto a villa.
Uno dei due rilievi ai lati della località San Michelino può contenere i resti del castello.

Montignoso

Il primo ricordo di Montignoso è del 1136. Volterra e San Gimignano si conteso a più riprese il castello tra la fine del XII e il XIII secolo. Alcuni nobiles detennero diritti gurisdizionali su Montignoso, che in più occasioni cederono, mediante atti di sottomissione, al comune sangimignanese. Nel 1294 Montignoso fu annesso con tutto il suo territorio nel contado fiorentino. Intorno alla metà del XVI secolo risulta come distrutto e abbandonato. Nel corso del medioevo Montignoso ebbe una rilevante importanza strategica, in quanto posto sulla confluenza della strada per Pisa con la Volterrana nord. Infatti «i lambardi di Montignoso … riuscirono in parte … a conservare la propria autonomia e a sfruttare, con la gabella del passo» la posizione del loro castello.

Del castello rimangono i resti del cassero e un tratto della cerchia muraria addossata alla chiesa di San Frediano.

Gambassi novum

Il castrum novum di Gambassi fu edificato dal vescovo volterrano Ugo negli anni ‘70 del XII secolo, dietro richiesta del nascente comune. Molti dei diritti sul castello, nonostante appartenessero nominalmente al vescovo, furono detenuti da una importante famiglia di nobiles o lambardi detta dei Tignosi. Dopo un breve periodo di relativa ‘autonomia’ dai maggiori poteri presenti sul territorio, gravitò sempre più nell’orbita sangimignanese, finché non gli si sottomise formalmente nel 1268. Ciò provocò innumerevoli rivendicazioni da parte dei vescovi volterrani, che sfociarono in vere e proprie liti come nel 1230 o nel 1270-1283. Nel 1294 gli uomini di Gambassi furono costretti a sottomettersi definitivamente al comune di Firenze. Di tutti i castelli presenti su territorio è quello che ha mantenuto più a lungo la forma insediativa fortificata, giunta integra perlomeno fino ai primi del XIX secolo.
L’attuale ‘centro storico’ di Gambassi conserva ancora molti resti di strutture medievali.

Gavignalla

Il castello viene ricordato un’unica volta nel 1236.I resti del castello potrebbero essere contenuti dal poggio lungo la via Certaldese presso la significativa località ‘la Porta’.

Montefani

Pure il «castro Montefani» è ricordato una sola volta, nel 1272. Il toponimo è scomparso ma possiamo con tutta probabilità localizzarlo sul rilievo detto Poggio Tondo, che conserva ancora i resti di strutture murarie interrate.

La Pieve di Chianni

La pieve di Chianni è uno dei monumenti più significativi dell’edilizia romanica valdelsana. Nonostante le trasformazioni e i restauri di cui è stata oggetto nel corso dei secoli, si presenta come un edificio tardo romanico di grande interesse. L’impianto basilicale a tre navate si innesta su un ampio transetto sporgente, nella cui parete terminale si aprivano in origine cinque absidi semicircolari, essendo stata quella centrale sostituita intorno agli anni ‘20 del XVI secolo da una scarsella quadrilatera (le formelle in terracotta della volta sono probabilmente opera delle fornaci dei Gagni di Gambassi).

Durante i restauri di fine anni ‘50 di questo secolo furono messi in luce elementi di fondazione dell’abside semicircolare romanica (visibili con ingresso dalla sacrestia). Da notare la particolarità delle quattro absidi minori ricavate nello spessore della parete terminale, secondo una tipologia che si riscontra nel Duomo di Volterra. Le navate sono separate da sei archeggiature di valico per ogni parte, sostenute da colonne non tutte monolitiche ma dalla èntasi assai accentuata, la cui diversa altezza viene compensata da una adeguata dimensione dei plinti. Le colonne terminali assumono i connotati di robusti pilastri a sezione circolare, dovendo sostenere il carico anche delle archeggiature trasversali che separano e, al tempo stesso, raccordano le tre navate con il corpo trasversale del transetto. Questo, costituito da un ampio vano, è leggermente sopraelevato rispetto al piano della chiesa (vi si accede oggi con due gradini); alle pareti sono addossare semicolonne senza funzione portante. La copertura della chiesa ha in vista la struttura lignea del tetto, ma le capriate della navata maggiore poggiano su un cornicione in cotto che sembra indicare un rifacimento successivo della copertura, accompagnato da un rialzamento delle pareti di elevazione.

La chiesa prende luce da una finestra nella parte superiore della facciata e da quelle che si aprono nelle pareti perimetrali e di sopraelevazione dalla navata, anche se diverse di esse sono oggi tamponate data la presenza di edifici addossati. Finestrelle a doppia strombatura sono anche nelle absidi del transetto e nella parete al di sopra di queste (fatta eccezione per l’ultima a sinistra), così come nelle testate dei due bracci. Il rivestimento murario della chiesa è attuato con regolari filaretti di bozze ben squadrate di arenaria, seppure con varie manomissioni per restauri e rifacimenti. Fanno eccezione le pareti della navata centrale che, al di sopra delle archeggiature, presentano sulle due facce un rivestimento in cotto. Ciò ha dato adito a diverse ipotesi, come la ricostruzione a seguito di un crollo o, forse più verosimilmente, tempi diversi di costruzione, considerando che le archeggiature appaiono essere quelle originali e che le parti in cotto mostrano di appartenere anch’esse alla cultura romanica.

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