
Se esiste un sapore capace di evocare immediatamente le colline toscane, i pomeriggi dorati e il calore dell’ospitalità italiana, quel sapore è racchiuso in un piccolo, sodo e profumatissimo biscotto: il Cantuccino di Prato.
Non chiamatelo semplicemente “biscotto alle mandorle”. Il Cantuccino è un’istituzione, un pezzo di storia che ha saputo conquistare i palati di tutto il mondo partendo da un piccolo laboratorio nel cuore di Prato.
Le origini dei cantucci risalgono a secoli fa, ma la versione che conosciamo e amiamo oggi è legata a un nome preciso: Antonio Mattei. Nel 1858, questo “pasticciere di Prato” mise a punto la ricetta definitiva, che gli valse premi prestigiosi anche all’Esposizione Universale di Parigi del 1867.
Il termine “cantuccio” deriva probabilmente da “canto” (angolo) o da “cantellus”, che in latino indicava un pezzo di pane. Anticamente, infatti, i cantucci erano le fette scartate dai filoncini di pasta dolce che i fornai preparavano per i ricchi; le estremità (i “canti”) venivano regalate o vendute a poco prezzo ai meno abbienti.
Il nome “biscotto” non è casuale: significa letteralmente “cotto due volte”. Questo processo garantisce la consistenza inconfondibile che li ha resi celebri:
La ricetta originale è un inno alla semplicità e non prevede l’uso di grassi aggiunti come burro o olio:

Mangiare un cantuccino non è solo un atto goloso, è un rituale. Il compagno inseparabile è il Vin Santo Toscano, ma l’approccio alla degustazione divide spesso gli appassionati:
Dal 2016, il Cantuccino Toscano ha ottenuto il riconoscimento IGP (Indicazione Geografica Protetta). Questo marchio garantisce che il prodotto sia realizzato in Toscana seguendo disciplinari rigorosi, proteggendo la tradizione dalle imitazioni industriali che spesso abbondano di aromi artificiali.
Se passate da Prato, seguite il profumo di zucchero e uova che aleggia tra le vie del centro: vi porterà dritti alla bottega storica di via Ricasoli, dove il tempo sembra essersi fermato, proprio come la ricetta di Antonio Mattei.